L’episodio 26 di Meryem è uno di quelli che ti tolgono il fiato. Non solo per ciò che accade, ma per il modo in cui lo fa: prima ti illude, poi ti travolge. Si riparte dal cimitero, da quella scena sospesa che sembrava pronta a rivelare tutto. Una mano sulla spalla di Meryem… e invece non è Oktay Şahin. È Turan, lo zio. Un falso allarme. Ma non per Meryem. Lei capisce subito: qualcuno sta giocando con lei. E quel qualcuno può essere solo Oktay. Anche se, ufficialmente, è morto.E infatti lui c’è. Osserva da lontano. E gode. Nel frattempo, su un altro fronte, la tensione esplode. Burcu è sulle tracce di Güçlü, preoccupata per lui. Il ragazzo, insieme a Savaş, ha attirato Kaan in una trappola per affrontarlo. Ma il confronto degenera. Gli uomini sulle tracce di Kaan aprono il fuoco e ci ritroviamo nel mezzo di una sparatoria caotica.
A pagarne il prezzo è Savaş. Ferito. Ancora una volta. E mentre lui combatte altrove, Meryem aspetta. Lo aspetta per parlare, per aprirsi, per cercare finalmente un punto fermo. Ma non sa che, nel frattempo, qualcuno è già entrato nella sua casa. Oktay.
La tensione qui diventa quasi insopportabile. Lui è lì, nascosto, a osservare. A spiare. A vivere quell’ossessione che ormai non ha più nulla di umano. Quando Savaş arriva alla panetteria, i due si ritrovano. Si parlano, si stringono, si concedono un momento di tenerezza che sembra promettere una tregua. Ma è solo un’illusione. Perché quando Meryem pronuncia quel nome — Oktay — tutto cambia.
Per Savaş è come agitare un drappo rosso davanti a un toro. La rabbia esplode, incontrollabile. E lui se ne va, lasciandola sola. Ancora una volta. Ed è proprio in quel momento che tutto precipita. Mentre fuori i due discutono, dentro casa Selma si sveglia. E lo vede. Vede Oktay. Prova ad avvisare Meryem, ma lui la blocca. E nel tentativo disperato di zittirla, la colpisce con un coltello. È il punto di non ritorno. Non è più manipolazione. È violenza pura.Da lì in poi, è un incubo. Meryem rientra. Oktay la aggredisce. L’uomo di Savaş prova a intervenire, capisce che qualcosa non va, ma viene neutralizzato. E quando Savaş torna, è troppo tardi. Meryem è sparita. Al suo posto: il caos. Selma ferita, Ali che piange sulle scale, e quella collanina — simbolo fragile — caduta durante la colluttazione. È una scena devastante, che segna uno spartiacque netto.
Savaş reagisce come può: porta Selma in ospedale, chiama Burcu e Güçlü. Ed è proprio Selma, ancora cosciente, a rivelare la verità: Oktay è vivo. Ed è stato lui. Da quel momento, tutto cambia. Non è più un sospetto. È una caccia.
Savaş si muove come un uomo disperato. Arriva fino alla madre di Oktay, cerca risposte, forza le situazioni. E finalmente cattura uno degli uomini del procuratore. È un passo avanti, ma il tempo stringe. Perché nel frattempo, Meryem si risveglia. È nella tana di Oktay. Una stanza tappezzata di sue foto. Un museo dell’ossessione. Un luogo che racconta meglio di qualsiasi parola la follia dell’uomo. E quando arriva Derin, la tensione si fa ancora più ambigua: odio, gelosia, paura. Nemmeno lei sembra più sicura di voler spingersi fino in fondo.Fuori, tutti si muovono: Burcu e Güçlü sulle tracce, il padre di Savaş che riappare per aiutare il figlio. Ma la verità è una sola: questa volta, Meryem è sola. O forse no. Perché è proprio qui che accade qualcosa di inaspettato. Qualcosa che ribalta completamente la narrazione. Meryem reagisce. Fugge. Corre. Si salva. E quando Oktay la raggiunge nel bosco, il confronto finale è inevitabile. Non è più la vittima. Non è più la donna schiacciata dal senso di colpa. Lo colpisce. Lo atterra con una pala. Gli strappa la pistola. E per la prima volta, è lei a puntarla contro di lui. Il cerchio si chiude. Ma la domanda resta sospesa, pesante come un macigno: questa volta… lo ucciderà davvero?






















































