C'è qualcosa in questa serie che suscita una certa curiosità. Sono arrivata al terzo episodio e posso dirlo tranquillamente. Ci sono parti che mi lasciano un po' fredda, come tutte le dinamiche legate al padre di Kerim e Huseyin, con la storia della figlia adolescente arrivata improvvisamente nella sua vita, la madre della ragazza che crea scompiglio, e poi la cognata di Hulya, Zeynep, gelosa dell'attenzione che i suoceri riservano alla giovane. Sono situazioni che, sinceramente, mi annoiano o, quantomeno, non riescono a catturare il mio interesse. Poi, però, ci sono altre parti che incuriosiscono davvero e spingono lo spettatore a proseguire nel cammino.
Quel momento mitico in cui Kerim, tornato dall'Africa, sente provenire dall'interno del suo appartamento mille voci, tra cui quelle di sua madre e suo padre, riscatta qualsiasi elemento meno coinvolgente. Lui è convinto che la moglie impostagli dalla famiglia, pur essendosi opposta al divorzio, non rappresenti un grosso problema. Invece se la ritrova con un bambino in braccio e tutta la famiglia riunita a festeggiare la nascita del suo primo figlio.
La furia di Kerim è totale e qui Hulya mi sorprende, perché mi chiedevo quali piani malefici potesse avere in mente per giustificare l'arrivo di un bambino, come avrebbe ingannato il protagonista. Invece ci spiazza nel modo più semplice di tutti, raccontando a Kerim la verità: Mehmet è davvero suo figlio, quel figlio che Filiz aspettava e che lui aveva chiesto di abortire. Non solo Filiz non ha fatto nulla di ciò che lui le aveva chiesto, ma addirittura Hulya lo ha riscattato — o comprato, a seconda dei punti di vista — imponendolo nella sua vita e nella sua famiglia.
Kerim, a differenza di Huseyin, tutto preso dal senso del dovere e dalla famiglia, ma ormai sempre più attratto dalla dolcezza e dalla bellezza di Melek, non ne vuole sapere né di famiglia né di figli, nonostante Hulya cerchi continuamente occasioni per lasciarlo da solo con il bambino. Lui è tentato, questo si vede, ma poi l'idea di un impegno e la paura di dover rinunciare ai propri sogni lo spingono a erigere un muro, a rifiutare la possibilità di accettare una sposa che non voleva e un figlio che non desiderava.
Hulya, però, davanti alla famiglia recita alla perfezione il ruolo della moglie comprensiva, della donna pronta ad accettare persino di restare sola in un Paese straniero pur di permettere al marito di seguire i propri sogni. Lui sembra colpito da questo atteggiamento, ma poi, messo di fronte alla prospettiva di un legame definitivo, decide di recidere ogni vincolo e di portare via il bambino per restituirlo alla madre.
Ed è proprio qui, nella disperazione di Hulya costretta a separarsi dal piccolo Mehmet, che emerge uno di quei frammenti di passato doloroso che lei non racconta a nessuno, ma che contribuisce a rendere il suo personaggio così complesso. La vediamo in ospedale con la sorella e l'amica, che la credono addormentata e commentano quanto sarebbe devastata se scoprisse di non poter avere figli. A quel punto comprendiamo che Mehmet potrebbe essere l'unico bambino che avrà mai e che il legame con lui si è creato immediatamente, in modo profondo e indelebile.
La separazione appare quindi ancora più dolorosa, ma il tentativo di Kerim di liberarsi del figlio dura poco. Mahir, sempre accanto a Filiz, riesce infatti a convincerla ad affidare nuovamente Mehmet a Hulya.
A quel punto Kerim, avendo bisogno di qualcuno che si occupi del bambino, chiede a Hulya di restare e di prendersene cura. Ma ciò che la donna desidera davvero — un marito innamorato che scelga lei e soltanto lei — sembra sempre più lontano. E quando un giorno Kerim torna per annunciarle nuovi e importanti progetti professionali, Hulya capisce che lui è pronto ancora una volta a lasciarla sola, in balia della sua solitudine, e che i sogni che coltiva da anni rischiano di rimanere soltanto tali. Che cosa sceglierà di fare a questo punto? Una storia curiosa, almeno per il momento.








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